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Vicino o lontano? Vicino e lontano!

La ripresa dei servizi educativi ha significato, per tante famiglie, il ritorno ad una regolarità quotidiana: i ritmi della giornata diventano più prevedibili, mentre i mondi dei genitori e dei loro bambini e bambine si distanziano per alcune ore, fino al loro ricongiungersi serale.

Sono tempi di separazioni, ricongiungimenti, ripartenze e creazione di nuove quotidianità che tuttavia racchiudono un’importante valenza simbolica: quella alla base di ogni percorso di crescita, visto come un incessante continuum tra l’andare e il tornare, l’allontanarsi e l’avvicinarsi, il separarsi per poi ritrovarsi.

Di fatto questa dicotomia vicino/lontano ritorna continuamente nella riflessione pedagogica, e attraverso la differente letteratura assume di volta in volta sfumature leggermente diverse ma sempre riconducibili all’idea di fondo che vede il bambino o la bambina esseri-in-formazione attraverso la relazione.

A livello pratico ciò è particolarmente evidente alla nascita, perché il neonato o la neonata sono totalmente dipendenti dal contesto in cui si ritrovano a vivere, in tutto e per tutto legati agli scambi con i loro caregiver, cioè le persone che si prendono cura di loro. La maturazione neurologica infatti non risente solo delle leggi naturali, biologiche, ma anche delle relazioni di cura che si costruiscono, e questo non solo dalla nascita ma anche prima, durante la gestazione.

È proprio attraverso la relazione, che secondo Bowlby è primariamente relazione di attaccamento, che il bambino o la bambina trovano la loro base sicura(1), strutturando una prima rappresentazione di sé, dell’altro e del mondo circostante: le modalità di risposta dell’adulto, del suo prendersi cura, restituiscono senso al bambino o alla bambina aiutandoli a leggere il reale.

Dunque, i processi cognitivi si attivano fin dai primissimi mesi di vita sulla base dell’esperienza emozionale, del contesto relazionale e delle modalità di cura ricevute. Nel contempo, la disponibilità dell’adulto alle loro richieste conferma il bambino o la bambina nei loro bisogni: da un lato ciò lo/la rassicura, soddisfa, fa sentire amato/a e degno/a d’amore, dall’altro lo/la aiuta ad avere fiducia in sé e nell’altro.

Ecco allora che la sicurezza emotiva data dalla vicinanza dell’adulto sostiene il bambino o la bambina verso l’esplorazione e l’autonomia, intesa come capacità di allontanarsi dall’adulto per fare da sola/a.

Grazia Honegger Fresco(2) approfondisce la questione interrogandosi sul significato di Cura(3): cura non è vicinanza intesa come stare addosso, sostituire, anticipare i bisogni, ma è saper stare vicino e lontano nello stesso momento, porsi in una prossimità discreta, una vicinanza emotiva massima unita ad una distanza operativa minima.

L’adulto deve pertanto porsi ad una “giusta” distanza: non troppo lontano, per offrire al bambino o alla bambina quella base sicura che consente loro di esplorare, perché ognuno/a di loro possa sentirsi visto/a e accompagnato da una presenza che sostiene senza pretendere, ma nemmeno troppo vicino, per lasciare tempo e spazio d’azione, accogliendo l’errore, la frustrazione, la noia quali elementi indispensabili per una vera crescita.

Ma qual è questa “giusta” distanza? Com’è ovvio, essa non può essere misurata né definita una volta per tutte, ma va tarata e ritarata continuamente sulla base del singolo bambino o bambina, del momento, della situazione… E allora possiamo prendere in prestito la metafora con cui Alberto Pellai(4) descrive quella che per ogni bambino o bambina è la prima relazione di cura: il legame genitore-figlio/a, da Pellai rappresentato come un gomitolo(5), vale a dire la base sicura, stabile, da cui si srotola il bambino/la bambina-filo.

Nella metafora di Pellai, un gomitolo “sufficientemente buono”(6) non trattiene a sé ma lascia che il filo si avvicini al mondo quel tanto che basta in quella particolare fase della crescita: il filo esplora ma sa che alle sue spalle il gomitolo resta, che non lo abbandona, che lo tiene legato anche se lo lascia libero; a sua volta, mentre il filo si allunga il gomitolo si modifica e si adatta, lasciando aperta la possibilità che in alcuni momenti il filo senta il bisogno di riavvicinarsi un po’…

E che cosa succede dopo i primi mesi, quando il bambino o la bambina crescono e arriva il momento di entrare a far parte della società vera e propria, con altri adulti, non solo i familiari, che cominciano a prendersi cura di loro?

L’ingresso in un servizio educativo, infatti, presuppone la costruzione di una relazione in divenire tra una famiglia – con il suo bambino o bambina – e una o più figure professionali: nel loro scoprirsi reciproco entrambe le parti sono coinvolte nel ridefinire continuamente la “giusta” distanza a cui porsi, per accogliere e lasciarsi accogliere, per sostenere e lasciar andare.

Si tratta di un equilibrio dinamico all’insegna di una partecipazione che deve essere insieme empatica e rispettosa, dove l’educatrice o l’educatore sceglie con cura, giorno dopo giorno,le modalità più adeguate per approcciarsi al bambino o alla bambina mentre accompagna con delicatezza il genitore verso il primo distacco.

All’inizio è tutto un gioco di sguardi curiosi, di sorrisi incoraggianti, di mani che cercano oggetti da usare come tramite: una pallina che rotola, una macchinina che scorre sul pavimento coprendo la distanza che separa l’educatrice dal bambino o dalla bambina…

Anche la voce è bassa, delicata; a volte canta semplici canzoncine che incantano a distanza, altre volte osa proporre, invita senza pretendere…

Il corpo arriva per ultimo, quando si è raggiunta una “familiarità” che consente il tocco reciproco: un primo con-tatto, in genere frutto di un’occasione fortuita che l’educatrice o l’educatore ha saputo cogliere al volo e tuttavia attenta/o a non essere mai percepita/o come invasiva/o; al contrario, calibrato sull’intensità che il bambino o la bambina è in grado di tollerare in quel momento, e da rinforzare piano piano, con paziente discrezione, finché entrambi non saranno pronti a riconoscersi.

A quel punto, e solo a quel punto, l’educatrice o l’educatore sprona il genitore a sperimentare una prima, breve separazione; quel momento di saluto, preparato per rendere il bambino o la bambina il più possibile consapevole della situazione che sta vivendo, sancisce che il gomitolo di cui ci parla Pellai è pronto per srotolarsi un po’: inizialmente di poco, poi via via sempre di più… Ma i due capi del filo rimangono costantemente collegati, perché gomitolo e filo possano ritrovarsi ogni sera, quando genitore e figlio o figlia si ricongiungono.

 

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Note:
(1) – Cfr. John Bowlby, “Una base sicura”, Raffaello Cortina Editore, 1996.
(2) – Allieva di Maria Montessori, ha frequentato la nuova Scuola assistenti all’Infanzia Montessori (AIM) fondata da Adele Costa Gnocchi, sua prima maestra e collaboratrice. A partire dagli anni 50 ha portato avanti in parallelo esperienze educative sul campo, stage formativi, incarichi dirigenziali ed elaborazioni teoriche.
(3) – Cfr. Grazia Honegger Fresco, “Accogliere un bambino. Da 0 a 3 anni proposte per genitori ed educatori”, La Meridiana, 2013.
(4) – Medico e psicoterapeuta, è anche ricercatore ed autore di numerosi libri sull’infanzia e l’adolescenza.
(5) – Cfr. Alberto Pellai, “Io Gomitolo, Tu Filo”, DeAgostini, 2021.
(6) – Espressione che fa riferimento alle teorie di Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico.
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Crediti immagini:
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